La lettera di Obama all’euro
Dopo le lettere della Banca centrale europea inviate la scorsa estate a Italia e Spagna, dopo la firma di dicembre del Fiscal compact rigorista a trazione tedesca, è arrivato il momento della missiva pro crescita di Camp David. Il G8 iniziato venerdì negli Stati Uniti si sta svolgendo in un clima volutamente informale, e i suoi risultati – spiegano gli sherpa – andranno valutati soltanto dopo il vertice di Bruxelles della prossima settimana più che sulla base dell’eventuale comunicato finale di oggi.

Dopo le lettere della Banca centrale europea inviate la scorsa estate a Italia e Spagna, dopo la firma di dicembre del Fiscal compact rigorista a trazione tedesca, è arrivato il momento della missiva pro crescita di Camp David. Il G8 iniziato venerdì negli Stati Uniti si sta svolgendo in un clima volutamente informale, e i suoi risultati – spiegano gli sherpa – andranno valutati soltanto dopo il vertice di Bruxelles della prossima settimana più che sulla base dell’eventuale comunicato finale di oggi. Il messaggio dell’Amministrazione americana comunque è netto: Barack Obama infatti ha reso noto di aver molto apprezzato il fatto che nel nostro continente il dibattito si sia spostato nelle ultime settimane sull’“imperativo della crescita e del lavoro” e adesso punta a non far calare l’attenzione su queste priorità. La crisi dell’Eurozona sovrasta i temi dell’agenda ufficiale del Vertice (dalla primavera araba alle crisi alimentari, passando per l’energia), anche perché Washington è preoccupata degli eventuali contraccolpi per la propria economia. La novità, però, è soprattutto nei mutati equilibri interni al G8: il fronte sviluppista si è molto rafforzato in queste settimane rispetto a quello dell’austerity animato principalmente da Berlino. Il premier italiano, Mario Monti, arrivato a Washington, ha detto di “rappresentare un’Italia con le carte in regola e che quindi ha le sue posizioni da esprimere con forza nel quadro europeo”. Se fino a qualche giorno fa il premier ripeteva di non poter “sbattere i pugni sul tavolo” a Bruxelles, ha cambiato toni: “L’Italia chiede che ci sia a livello mondiale ed europeo una crescita più vigorosa”. Gli ha fatto eco il presidente francese François Hollande: “Voglio che si affermi una forte alleanza con gli Stati Uniti”, ha detto. E ancora: “La crescita deve essere una priorità”.
Ma secondo ambienti del Fmi, è un altro l’alleato principale di Obama nel tentativo di temperare gli eccessi rigoristi di Berlino: si tratta del nuovo avvitamento delle economie dell’Eurozona. Ieri le Borse hanno chiuso la settimana esattamente come l’avevano aperta lunedì: al ribasso. Anche per il rischio percepito sui titoli del debito pubblico nulla è cambiato rispetto a cinque giorni fa: lo spread tra Bonos spagnoli e Bund tedeschi ha di nuovo sfondato i 500 punti, quello tra Btp e Bund ha chiuso a 436 punti, con una flessione di soli quattro punti rispetto a giovedì. A questi ritmi diventerà insostenibile rifinanziare il debito nel medio-lungo termine. Lo spettro della fuoriuscita greca dall’euro – con annesso potenziale effetto contagio sulle banche e sui debiti pubblici dei paesi vicini – continuerà a incombere fino al 17 giugno, data delle nuove elezioni greche e magari del possibile referendum sull’euro suggerito da Angela Merkel e poi smentito? Probabile, specie se da Bruxelles si soffia sul fuoco con dichiarazioni un po’ avventate: il commissario Ue al Commercio, Karel De Gucht, in un’intervista, ha dichiarato infatti che Commissione e Bce stanno lavorando a un piano sull’uscita di Atene dall’euro. Le smentite che sono seguite in giornata – mai dal diretto interessato, De Gucht – non hanno tranquillizzato nessuno. Mentre le agenzie di stampa di tutto il continente cercavano di risolvere il “giallo” in questione, il governo tedesco ci ha messo del suo, facendo sapere di “essere pronto a ogni evenienza”. D’altronde è innegabile che Merkel, che giovedì si è fatta strappare una dichiarazione congiunta con Italia, Francia e Regno Unito secondo la quale “rigore fiscale e crescita non sono in contrasto”, in queste ore sia politicamente più isolata del solito. L’Amministrazione statunitense, di fronte all’improvviso (ma non inatteso) aggravarsi della crisi greca, e contemplando i dati di una crescita che resta anemica o negativa in tutta Europa, ha dunque una freccia in più nel suo arco: quello della crescita non è più un mantra ideologico appannaggio degli anglosassoni, piuttosto è diventato evidente che il risanamento dei conti non può realizzarsi se il bilancio in pareggio è perseguito strangolando la ripresa. Bruxelles sembra aver già accettato questa tesi, e infatti non ha battuto ciglio di recente dopo che Spagna e Italia hanno lievemente rivisto la velocità di rientro dai loro deficit.
Sia chiaro: la maggiore flessibilità nel percorso di consolidamento fiscale e il ruolo più attivo della Bce, auspicati dagli Stati Uniti, devono servire soprattutto per rendere praticabili e accettabili le riforme pro crescita comunque necessarie. Questa è la posizione dell’Amministrazione Obama, ovviamente distante dall’amalgama montante di proteste, rivoluzionarismo e qualunquismo che riempie le piazze di Atene e ora anche di Francoforte, oltre che gli studi televisivi italiani. Anche perché alcuni elementi di verità vanno pur tenuti a mente: la finanza di per sé non ha causato la crisi, piuttosto ha fatto da detonatore a scelte private (consumi) o pubbliche (indebitamento) indotte da una politica miope. Non solo: in Italia la Fiom-Cgil potrà pure continuare a prendersela con la spietata finanza internazionale e con il padrone di turno – è stata la volta di Marchionne, ad di Fiat, dopo la comunicazione che 5.400 impiegati di Miriafiori andranno per la prima volta in cassa integrazione per sei giorni – ma resta il fatto che il nostro paese ha smesso di crescere da 10 anni, senza bisogno di attendere il crac di Lehman Brothers. Il capitale si sposta dove trova margini di profitto, e in Italia anche la produttività del lavoro non è aumentata a sufficienza nell’ultima decade. Gli Stati Uniti, insomma, consigliano anche questa volta all’Europa una strada pragmatica verso la ripresa, non la via anacronistica che procede nel senso opposto a quello di potenze inarrestabili come il mercato e gli investitori internazionali.
Ma secondo ambienti del Fmi, è un altro l’alleato principale di Obama nel tentativo di temperare gli eccessi rigoristi di Berlino: si tratta del nuovo avvitamento delle economie dell’Eurozona. Ieri le Borse hanno chiuso la settimana esattamente come l’avevano aperta lunedì: al ribasso. Anche per il rischio percepito sui titoli del debito pubblico nulla è cambiato rispetto a cinque giorni fa: lo spread tra Bonos spagnoli e Bund tedeschi ha di nuovo sfondato i 500 punti, quello tra Btp e Bund ha chiuso a 436 punti, con una flessione di soli quattro punti rispetto a giovedì. A questi ritmi diventerà insostenibile rifinanziare il debito nel medio-lungo termine. Lo spettro della fuoriuscita greca dall’euro – con annesso potenziale effetto contagio sulle banche e sui debiti pubblici dei paesi vicini – continuerà a incombere fino al 17 giugno, data delle nuove elezioni greche e magari del possibile referendum sull’euro suggerito da Angela Merkel e poi smentito? Probabile, specie se da Bruxelles si soffia sul fuoco con dichiarazioni un po’ avventate: il commissario Ue al Commercio, Karel De Gucht, in un’intervista, ha dichiarato infatti che Commissione e Bce stanno lavorando a un piano sull’uscita di Atene dall’euro. Le smentite che sono seguite in giornata – mai dal diretto interessato, De Gucht – non hanno tranquillizzato nessuno. Mentre le agenzie di stampa di tutto il continente cercavano di risolvere il “giallo” in questione, il governo tedesco ci ha messo del suo, facendo sapere di “essere pronto a ogni evenienza”. D’altronde è innegabile che Merkel, che giovedì si è fatta strappare una dichiarazione congiunta con Italia, Francia e Regno Unito secondo la quale “rigore fiscale e crescita non sono in contrasto”, in queste ore sia politicamente più isolata del solito. L’Amministrazione statunitense, di fronte all’improvviso (ma non inatteso) aggravarsi della crisi greca, e contemplando i dati di una crescita che resta anemica o negativa in tutta Europa, ha dunque una freccia in più nel suo arco: quello della crescita non è più un mantra ideologico appannaggio degli anglosassoni, piuttosto è diventato evidente che il risanamento dei conti non può realizzarsi se il bilancio in pareggio è perseguito strangolando la ripresa. Bruxelles sembra aver già accettato questa tesi, e infatti non ha battuto ciglio di recente dopo che Spagna e Italia hanno lievemente rivisto la velocità di rientro dai loro deficit.
Sia chiaro: la maggiore flessibilità nel percorso di consolidamento fiscale e il ruolo più attivo della Bce, auspicati dagli Stati Uniti, devono servire soprattutto per rendere praticabili e accettabili le riforme pro crescita comunque necessarie. Questa è la posizione dell’Amministrazione Obama, ovviamente distante dall’amalgama montante di proteste, rivoluzionarismo e qualunquismo che riempie le piazze di Atene e ora anche di Francoforte, oltre che gli studi televisivi italiani. Anche perché alcuni elementi di verità vanno pur tenuti a mente: la finanza di per sé non ha causato la crisi, piuttosto ha fatto da detonatore a scelte private (consumi) o pubbliche (indebitamento) indotte da una politica miope. Non solo: in Italia la Fiom-Cgil potrà pure continuare a prendersela con la spietata finanza internazionale e con il padrone di turno – è stata la volta di Marchionne, ad di Fiat, dopo la comunicazione che 5.400 impiegati di Miriafiori andranno per la prima volta in cassa integrazione per sei giorni – ma resta il fatto che il nostro paese ha smesso di crescere da 10 anni, senza bisogno di attendere il crac di Lehman Brothers. Il capitale si sposta dove trova margini di profitto, e in Italia anche la produttività del lavoro non è aumentata a sufficienza nell’ultima decade. Gli Stati Uniti, insomma, consigliano anche questa volta all’Europa una strada pragmatica verso la ripresa, non la via anacronistica che procede nel senso opposto a quello di potenze inarrestabili come il mercato e gli investitori internazionali.